Nessun Dorma Turandot e la teologia nominale

Nessun Dorma Turandot e la teologia nominale

Nessun Dorma

La Notte simbolo della Pasqua

Uno dei brani più famosi dell’Opera Italiana, il Nessun Dorma della Turandot di Giacomo Puccini è l’aria che il principe ignoto canta nella notte in cui si deciderà del suo destino, mentre è partito, nella notte quasi ‘pasquale’ di Pekino, l’ordine crudele della gelida e crudele della principessa Turandot: “Nessun dorma questa notte in Pekino!”.

Notte quasi pasquale perché ricorda la Notte di Pasqua in cui la Chiesa Cattolica prega così: 

Fratelli, in questa santissima notte, nella quale Gesù Cristo nostro Signore passò dalla morte alla vita, la Chiesa, diffusa su tutta la terra, chiama i suoi figli a vegliare in preghiera. 

Rivivremo la Pasqua del Signore nell’ascolto della Parola e nella partecipazione ai Sacramenti, Cristo risorto confermerà in noi la speranza di partecipare alla sua vittoria sulla morte e di vivere con lui in Dio Padre.nella liturgia della Luce. 

La Veglia

Tutto un altro contesto, è vero, ma il vegliate che è il modo evangelico di dire “Nessun Dorma” è tipico della predicazione, forse anche sua storica  (Verba ipsissima), di Gesù e certamente della chiesa primitiva abituata fin dagli inizi a pregare senza dormire la notte come attesta un miracolo assai significativo di Paolo che resuscita il giovane Eutico addormentatosi mentre (At 20,7ss) la Chiesa dopo essersi riunita nello Spezzare del Pane si era trattenuta con Paolo fino a Mezzanotte.

Nessun dorma è dunque anche nel vegliate che Gesù chiede ad una triade dei suoi discepoli (Pietro e i Figli del Tuono) prima della sua passione (Mt 26,38-43)

[Mt26,36] Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”.  [37] E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. [38] Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.  [39] E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”.  [40] Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? [41] Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. [42] E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”. [43] E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. [44] E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole.  

Insomma Gesù nel Gestemani assomiglia un po’ al Calaf che ripete come un eco il Nessun Dorma che riecheggia nella spaventata Pechino, ma in questo Nessun Dorma in bocca a Gesù si può vedere lo stesso nella notte Pasquale che invita a rimanere svegli i Cristiani per incontrare il Risorto o comunque sentire e diffondere l’annuncio del risorto.

In questa chiave pasquale, la fine dell’aria del Nessun Dorma sembra il canto del Gesù Risorto che vince all’Alba e che da compimento alla speranza della sua Madre che nella fredda stanza, nell’attesa della sua resurrezione, guarda le stelle che tremano di amore appunto e di speranza. Lei così certa della sua resurrezione che non va a cercarlo appunto nella tomba vuota, che pure contiene l’eco del Nome del Risorto, ma l’attende e secondo una tradizione, non supportata dai testi sacri, per prima incontra il Risorto da cui riceve consolazione.

La teologia del Nome Divino

La conoscenza del Nome che da la morte e la vita, è un altro concetto che viene prima ancora del Cristianesimo e dell’Ebraismo, dal mondo egiziano e medioorientale antico dove conoscere il nome vero di una divinità, e lo si poteva solo per sua concessione, dava il potere al conoscitore del nome di avere la stessa potestà delle divinità stessa.

Per questo motivo nel Roveto Mosè, impregnato di questa cultura, prima di buttarsi nell’avventura della liberazione del suo popolo vuole sapere il nome del Dio che lo invita a fare questo e l’ottiene (IoSono ColuiChe IoSono).

Una rivelazione del Nome quella sul Roveto che non completa né l’avventura della storia sacra né la rivelazione che sarà tale quando verrà Gesù che si approprierà del nome (IoSono) non solo pronunciandolo in più occasioni ma dimostrandone con la passione e  la resurrezione di essere veramente quello che lui sosteneva di essere.

Pronunciando la terza parte del Nome Divino assolutamente identica alla prima anche se posposta ( Dio da Dio, generato e non creato) e che solo con il ColuiChe (lo Spirito che procede dall’unione del Padre Amore e del Figlio Sapienza increata e generata)  ha la forma giusta per essere conosciuta da tutti gli uomini …

Insomma nell’apparente banale e favolistica trama della Turandot e nell’aria Nessun Dorma si celano addirittura i misteri fondamentali della teologia cristiana, quello della trinità, oltre che la chiara trasposizione favolistica e laica di alcuni brani evangelici.

Le Tentazioni 

Per esempio il brano delle tentazioni di Gesù, il nostro principe ignoto che viene messo alla prova per farlo desistere dalla sua irrevocabile voglia di sciogliere gli enigmi con i tre tentatori che gli danno del pazzo come pazzo veniva forse considerato Gesù da vari personaggi durante la sua vita pubblica.  

Ping, Pong, Pang
(con comica commiserazione)
Per una principessa! Peuh! Che cos’è? Una femmina colla corona in testa e il manto colla frangia! Ma se la spogli nuda è carne! È carne cruda! È roba che non si mangia!
Calaf
Lasciatemi passare, lasciatemi!
Ping, Pong, Pang
Ah, ah, ah!
Ping
Lascia le donne! O prendi cento spose, che, in fondo, la più sublime Turandot del mondo ha una faccia, due braccia, e due gambe, sì belle, imperiali, sì, sì, belle, ma sempre quelle! Con cento mogli, o sciocco, avrai gambe di ribocco, duecento braccia e cento dolci petti sparsi per cento letti!…
(E sghignazza, stringendo sempre più da presso il Principe.)
Calaf
(con violenza)
Lasciatemi passar!
Ping, Pong, Pang
Pazzo, va’ via, va’ via!  

Gli stessi Ping, Pong, Pang continuano a tentare Calaf dopo che ha sciolto gli indovinelli e ha ribadito il vero indovinello, conoscere il suo nome.

La tentazione della carne

Ping, Pong, Pang
Tu che guardi le stelle, abbassa gli occhi… La nostra vita è in tuo potere!
Ping
Udisti il bando? Per le vie di Pekino ad ogni porta batte la morte e grida: il nome!
Pong, Pang
Il nome!
Ping, Pong, Pang
O sangue!
Calaf
(ergendo di contro a loro)
Che volete da me?
Ping
Di’ tu che vuoi? È l’amore che cerchi? Ebbene, prendi! (E sospinge un gruppo di fanciulle bellissime, seminude, procaci, ai piedi del Principe) Guarda, son belle, son belle fra lucenti veli!…
(e strappando i veli alle donne)
Pong, Pang
(esaltandone le bellezze)
Corpi flessuosi…
Ping
Tutte ebbrezze e promesse d’amplessi prodigiosi!
(Le fanciulle, sospinte, circondano il Principe che con un movimento di ribellione grida:)
Calaf
No! No!

La tentazione della ricchezza e della fama

Ping, Pong, Pang
(incalzando)
Che vuoi? Ricchezze? Tutti i tesori a te! Rompon la notte nera queste fulgide gemme! Fuochi azzurri! Verdi splendori! Pallidi giacinti! Le vampe rosse dei rubini! Sono gocciole d’astri! Prendi! È tutto tuo!
Calaf
(ribellandosi ancora)
No! Nessuna ricchezza! No!
Ping, Pong, Pang
(accostandosi a lui con crescente spasimo)
Vuoi la gloria? Noi ti farem fuggir e andrai lontano con le stelle verso imperi favolosi!
La folla
Fuggi! Le donne Va’ lontano, va’ lontano!
La folla

Fuggi! Va’ lontano, e noi ci salviamo

Il cerbiatto del Cantico dei Cantici

Un invito a fuggire quello fatto al promessosi sposo che ricorda quello misterioso che chiude proprio il Cantico dei Cantici:
[Ct 8,14]«Fuggi, mio diletto, simile a gazzella o ad un cerbiatto, sopra i monti degli aromi!». 

Libro dove l’unicità dell’amore per l ‘amata, in questo caso, Turandot è espressa così:

[Ct 6,8]Sessanta sono le regine, ottanta le altre spose, le fanciulle senza numero. [9]Ma unica è la mia colomba la mia perfetta, ella è l’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice. L’hanno vista le giovani e l’hanno detta beata, le regine e le altre spose ne hanno intessuto le lodi. [10]«Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?».

Estrapolazioni le mie? Pura fantasia? Eppure le questioni filosofiche e teologiche sono disvelate esplicitamente anche nel testo del libretto sempre dal trio Ping, Pong, Pang dopo che i fantasmi degli estinti per amore di Turandot hanno fatto la loro fugace comparsa nel vano tentativo di sentire ancora la voce della loro amata.

Il nichilismo

Ping, Pong, Pang
(sgambettandogli intorno)
L’ami? Che cosa? Chi? Turandot? Ah, ah, ah! Turandot! O ragazzo demente! Turandot non esiste! Non esiste che il niente nel quale ti annulli! Turandot non esiste, non esiste!
Turandot! Come tutti quei citrulli tuoi pari! L’uomo! Il Dio! Io! I popoli! I sovrani! Pu-Tin-Pao! Non esiste che il Tao! Tu ti annulli come quei citrulli tuoi pari, tu ti annulli!
Come tutti quei citrulli tuoi pari! Non esiste che il Tao!
Calaf
(sempre più travolto) A me il trionfo! A me l’amore!

Ecco il succo della questione del Nessun Dorma e della Turandot, da una parte una visione olistica, taoista forse più epicurea che taoista, perché Ping, Pong, Pang trovano la retta via nel godimento dei beni, dall’altra la visione di Calaf che è più simile a quella proposta dal Cristianesimo, che è tutta imperniata sulla sponsalità, sulla coppia, e la scommessa che si possono sciogliere gli enigmi della vita e risolverli.

Speranza, Sangue, nome salvifico

Anche la sequenza delle risposte alle domande poste e mai risolte da nessuno degli spasimanti, “Speranza, Sangue, Turandot” potrebbe portare ad una speculazione non da poco, sul significato della Speranza e del Sangue nell’ambito cristiano, mentre il nome Turandot celato è l’io in ultima analisi che si mette in discussione tramite un enigma rischiando come le divinità egizie di dare il possesso di sé all’altro che lo invoca. Cosa che in effetti avviene, ma che non sancisce il pieno possesso, non basta conoscere il nome, ci vuole qualcosa di più.

E per averlo è Calaf che mette alla prova Turandot svelandogli il suo nome, gli da una occasione unica per entrare in una dimensione, quella della sponsalità, dell’amore, dove lei non aveva mai desiderato entrare, per paura forse, inseguendo i fantasmi ancenstrali della violenza fatta ad una sua antenata.

I piedi sporchi

Anche questo ci riporta al cantico di Salomone alla scena in cui la sposa non apre allo sposo che cerca di entrare nella sua stanza perché ha i piedi ‘ lavati’, non si sente pronta, ma poi invece ci ripensa e si mette alla ricerca di quell’amore a cui non ha aperto la porta e lo ritrova.

[Ct5,2]Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! E’ il mio diletto che bussa: «Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne». [3]«Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora? Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli?». [4]Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta. [5]Mi sono alzata per aprire al mio diletto e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. [6]Ho aperto allora al mio diletto, ma il mio diletto gia se n’era andato, era scomparso. Io venni meno, per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.  

Che motivazioni banali per dire no all’Amore, l’Amore fa paura perché per sua natura è debolezza, se Dio è Amore, Dio è debole questo forse è il senso più profondo del Natale, dove la debolezza di Dio si manifesta nel segno di un bambino posto nella mangiatoia che gli iconografi bizantini disegnano come fosse la tomba dove verrà deposto dopo la sua morte in croce? Ogni anima come la Turandot comprendendo la debolezza di Dio, lasciandosi baciare e disgelare da Dio, può poi dire con forza ‘Il Suo Nome è Amore’.

Si infatti dopo la Misericordia, l’attributo più importante di Dio è l’amore, il suo nome è Amore come dirà la Turandot al temine del libretto.

Claudio Pace Terni 13 Dicembre 2015 su Nessun Dorma

Il bacio e la vittoria finale

Nessun dorma! Nessun dorma!

Il principe ignoto
Nessun dorma! Nessun dorma! Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle
che tremano d’amore e di speranza…
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà!
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
che ti fa mia.
Voci di donne
Il nome suo nessun saprà…
E noi dovrem, ahimè, morir, morir!
Il principe ignoto
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
Tramontate, stelle! All’alba vincerò!
Vincerò! Vincerò!

Nessun dorma

Nessun Dorma: l’immagine sfuocata della ragazza del caffè lavazza come si vede in certe macchinette automatiche e che associa al piacere della bevanda il gusto e il piacere che si ha nell’ammirare una bellezza femminile. Un immagine che evoca molto di più che il semplice sapore di un caffè soprattutto per il fatto che il corpo è immerso quasi in un mare oscuro e tenebroso senza per questo scomporsi o disperarsi.  

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